Ilva di Taranto: quando il lavoro uccide, ma la mancanza di lavoro… uccide

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La chiusura dell’Ilva di Taranto tocca un nervo scoperto della nostra civiltà, addirittura. Perché la civiltà umana è cresciuta di potenza negli ultimi secoli attraverso l’attività di fabbriche enormi, e adesso si trova di fronte all’alternativa di chiudere quelle fabbriche per poter continuare a vivere, o meglio a sopravvivere.

Basta leggere le parole di Patrizia Todisco, il magistrato che ha firmato il provvedimento di chiusura dello stabilimento: «Le conclusioni della perizia medica sono sin troppo chiare. Non solo, anche le concentrazioni di diossina rinvenute nei terreni e negli animali abbattuti costituiscono un grave pericolo per la salute pubblica, ove si consideri che tutti gli animali abbattuti erano destinati all’alimentazione umana su scala commerciale e non, ovvero alla produzione di formaggi e latte. Trattasi di un disastro ambientale inteso chiaramente come evento di danno e di pericolo per la pubblica incolumità idoneo ad investire un numero indeterminato di persone».

L’ordinanza della Todisco è citata, tra gli altri, in un articolo pubblicato oggi dall’agenzia di stampa Agi, e riporta anche i nomi di 8 persone tra dirigenti e proprietari dello stabilimento che sono stati posti agli arresti domiciliari. Oltre agli ex presidenti dell’Ilva, Emilio e Nicola Riva (padre e figlio), all’ex direttore del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso, e ai responsabili dell’area sottoprodotti Ivan Di Maggio e dell’area agglomerato Angelo Cavallo, il provvedimento restrittivo ha raggiunto anche Salvatore D’Alò, capo delle acciaierie 1 e 2 dell’Ilva di Taranto, Salvatore De Felice, già capo area altiforni e attuale direttore del siderurgico di Taranto dopo le dimissioni di Capogrosso avvenute qualche settimana fa, e Marco Andelmi, responsabile dell’area parchi minerali.

Le reazioni alla chiusura sono state varie e grandi: migliaia di persone in strada, ministri a consulto, associazioni di imprenditori che hanno diffuso comunicati allarmati, vescovi preoccupati (qui un altro articolo dell’Agi che ne ha parlato).

C’è chi paventa che, se chiude l’Ilva, a caduta chiude il porto di Taranto, e poi chiudono le altre aziende che utilizzano l’acciaio prodotto nello stabilimento, e poi… crolla l’economia italiana tutta, che già di suo non sta messa bene.

D’altra parte, accidenti, se lo stabilimento sta aperto… muore un sacco di gente a causa dell’inquinamento – compresi migliaia di operai che ci lavorano dentro.

Cos’è più importante: la vita, o il lavoro? Ma poi: la vita è possibile senza il lavoro?

Una soluzione potrebbe essere: non chiudiamo quello stabilimento, però cambiamolo. Riqualifichiamolo per produrre altre cose invece dell’acciaio, o per produrre ancora acciaio però in condizioni più salubri.

Sembra che si possa fare. Se lo Stato italiano ci mette 336,6 milioni di euro e il privato che possiede l’Ilva ci mette 7,2 milioni, in capo a qualche anno si può ottenere quel risultato.

Bisogna provarci, perlomeno.

http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201207270847-ipp-rt10013-ilva_taranto_sigilli_per_disastro_ambientale_operai_protestano

http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201207271407-ipp-rt10137-ilva_taranto_paralizzata_oprai_clini_336_mln_per_bonifica

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