Per vendere è necessario sessualizzare gli alimenti?

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Nel settore della comunicazione pubblicitaria si ricorre da tempo alla rappresentazione più o meno evidente della sessualità, perché è un espediente ritenuto efficace per attrarre l’attenzione, e più è elevata l’attenzione più la comunicazione viene memorizzata. Ma il continuo bombardamento di messaggi sessuali porta i creativi ad innalzare sempre di più il livello della tensione comunicativa, arrivando a veicolare messaggi sempre più estremi e di particolare volgarità.

Fino a non molti anni fa la comunicazione a sfondo sessuale era riservata a ben definiti settori merceologici, come la moda, i profumi o le autovetture, ma da qualche tempo anche il mondo del cibo e del vino sono precipitati nel gorgo della sessualità banalizzata ed esposta per far leva sui consumi.

Nel caso del cibo l’associazione con il sesso è prassi decisamente più consolidata, si va dalle allusioni ai messaggi espliciti e c’è addirittura il sito ILove2CookNaked che offre a pagamento ogni giorno un filmato con ragazze nude intente a realizzare una ricetta di cucina, ma nel settore vinicolo probabilmente la prima comunicazione con riferimenti apertamente sessuali ed interetnici è stata la campagna del 2001 realizzata da Oliviero Toscani per il Consorzio del Collio. Ne è seguito un ampio dibattito tra pro e contro, che di fatto ha dato ampia notorietà alla pubblicità comparsa su quotidiani e periodici dell’epoca.

Da allora è come se anche per il vino si fosse aperta una diga e molte aziende hanno iniziato a battere il filone sexi, chi più madestramente chi in modo più creativo ed elegante.

Senza voler fare del facile moralismo mi permetto però una considerazione. Stiamo attraversando una difficile congiuntura economica che sta riportando in auge termini dimenticati come etica e sobrietà. Sappia chi continua a prendere facili scorciatoie che richia l’effetto boomerang. E sappia che chi è causa del suo mal pianga se stesso…

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