Rifiuti, tutte le buone pratiche per recuperarli.

E’ un impegno, a volte una fatica differenziare correttamente un rifiuto domestico

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Rifiuti, tutte le buone pratiche per recuperarli

E’ un impegno, a volte una fatica differenziare correttamente un rifiuto domestico tra campane, calotte e tessere magnetiche, ricordandosi del porta a porta per chi ce l’ha e mettendosi in fila all’isola ecologica.

Ma è anche grazie a queste buone pratiche di cui ci siamo impadroniti – pur in maniera disomogenea nei 7.813 Comuni (il 97,7% del totale, dati Anci-Conai) che fanno la differenziata, con infiltrazioni della criminalità ed emergenze ricorrenti in grandi città come Roma e Napoli – che l’Italia è ai primi posti nella classifica dei paesi più virtuosi e può guardare con fiducia (ma non senza contraddizioni, come vedremo) alla nuova epoca che comincia ora: quella dell’economia circolare e dei rifiuti che da problema devono diventare una risorsa. «La normativa adesso c’è, la transizione può partire!», annuncia soddisfatta Simona Bonafè, parlamentare europea relatrice dell’importante pacchetto direttive sulla “circular economy”, fresco di approvazione. La fotografia del pianeta rifiuti che entrerà nell’orbita disegnata a Bruxelles è quella scattata dal rapporto “L’Italia del Riciclo 2017” – presentato a Roma e realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da Fise Unire, l’associazione delle aziende del settore. Oltre a differenziarli (52,5%), già oggi ricicliamo il 79% dei rifiuti raccolti, così come la Germania e poco più di Francia e Gran Bretagna, posizionandoci al doppio circa della media europea, complici la diffusione dei termovalorizzatori al Nord e delle discariche nell’Est Europa.

Il fatturato dell’industria del riciclo è pari a 23 miliardi di euro all’anno (l’1% del Pil) con oltre 10.500 imprese impegnate nella gestione “green” dei rifiuti allo scopo di recuperarli o smaltirli. Nelle diverse filiere nazionali degli imballaggi il riciclo si è mantenuto nel 2016 su un buon livello raggiungendo quota 8,4 milioni di tonnellate (il 3% in più rispetto al 2015) pari al 67% dell’immesso al consumo. Il decreto Ronchi, vent’anni dopo Se letti a ritroso nel tempo (dal 1999 al 2015), i dati dicono che la quantità di rifiuti destinata al recupero è più che raddoppiata in meno di vent’anni, passando da circa 29 a 64 milioni di tonnellate, mentre l’avvio a smaltimento si è ridotto da 35 a 18 milioni di tonnellate. Stessa tendenza per i rifiuti urbani e da raccolta differenziata, in crescita nel 2016 dopo cinque anni di progressiva riduzione, segnale di una ripresa dei consumi. Il recupero prevale sempre più sullo smaltimento. Ma è anche vero che il paese con il 52,5% di differenziata rimane in ritardo rispetto all’obiettivo che era stato fissato per il 2012. Obiettivo che – ricorda il Rapporto rifiuti urbani 2017 dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) – era del 65%. Solo quattro regioni del Nord Italia lo hanno finora raggiunto. Siamo leader negli oli minerali usati (99% avviato a rigenerazione), molto forti sul reimpiego di legno e vetro, in crescita su acciaio e tessile, con punte di eccellenza nelle filiere della carta (80%) e dell’acciaio (77,5%).

Le performance più significative del 2016 si sono registrate nelle catene dell’alluminio (+5%), dell’acciaio (+4%) e del legno (+4%); le maggiori criticità, invece, nelle plastiche dove a fronte di nuove chance dobbiamo fare i conti con una congiuntura internazionale sfavorevole: dal basso prezzo del petrolio che accresce la competitività delle plastiche vergini, al blocco alle importazioni dei rifiuti annunciato dal Governo cinese che dà vita a un eccesso di offerta, alla saturazione degli impianti di recupero energetico. Continuando con le cifre, dietro cui c’è l’impegno dei cittadini e delle amministrazioni più amiche dell’ambiente, ecco la frazione organica aumentare al 41,2% del totale dei rifiuti urbani e raggiungere i 107,6 kg per abitante. Buttiamo via 488 kg di spazzatura all’anno per abitante (496 kg al Nord, 547 kg al Centro e 443 kg al Sud) più o meno in linea con la media Ue che è di 481 kg/abitante. E quanto spendiamo? Ce lo dice il 10° Report nazionale di Federconsumatori su “Servizi e tariffe rifiuti 2016”. Mediamente una famiglia tipo di 3 persone che vive in un appartamento di 100 mq spende, nei Comuni capoluogo di provincia, 296 euro di Tari, stabile rispetto all’anno prima, ma in aumento del 23% dal 2010. Città che vai, però, tariffa che trovi.

E se risiedi al Sud paghi 92 euro circa in più (il 37%) che nel Nordest. Meglio ancora se ti viene applicata una tariffa puntuale e non normalizzata. «Si sente la mancanza di una autorithy indipendente che attraverso regole uguali per tutti possa accompagnare l’industrializzazione del settore», incidendo così su efficienza e tariffazione. A dirlo con le parole di Gianluca Spitella è Utilitalia, la federazione delle aziende pubbliche del settore. I problemi comunque ci sono e vengono soprattutto da una Italia che marcia a due velocità (Nord virtuoso e Sud e isole in grave ritardo) e dai contraccolpi dei mercati internazionali. La Cina – come si diceva – ha bloccato l’import delle pastiche recuperate (ne importava la metà di tutte quelle prodotte al mondo) per cercare di ridurre il suo inquinamento e rispedisce le navi di materiali rigenerati, anche carta da macero e vetro, in Europa. Aumentano così i prezzi e si blocca il ciclo virtuoso. Ma soprattutto mancano gli sbocchi che soltanto un’economia circolare potrebbe garantire: oggi i prodotti rigenerati e di seconda mano nei mercati occidentali piacciono a pochi. I pilastri della riforma circolare In questo quadro s’inserisce il varo del nuovo pacchetto europeo di direttive quadro sulla “circular economy” che è destinato a segnare un punto di svolta e a modificare flussi, dinamiche e quantità consegnate all’industria. Il pacchetto spazia toccando anche gli sprechi alimentari con nuovi target di riduzione del 30% al 2025 e del 50% al 2030. Ma sui rifiuti, in particolare, «è iI pacchetto più importante degli ultimi vent’anni – sottolinea Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – ancora più del passaggio che facemmo allora dalla priorità della discarca a quella del riciclo». Ronchi allude al famoso decreto del 1997 che porta il suo nome, con cui l’allora ministro dell’Ambiente firmò la prima legge quadro sulla regolamentazione dei rifiuti.

Questo in Italia, mentre nell’Europa comunitaria – come spiega Simona Bonafè – «il problema della lunga mediazione è stato diverso: c’erano da superare due blocchi contrapposti, tra paesi con sovracapacità di termovalorizzazione e paesi delle discariche». Per intenderci, dal 10% di conferimento in discarica dell’Estonia si arriva oggi al 68% della Bulgaria, mentre l’Italia è vero che si attesta su una media del 26%, ma mentre il Nord entrerebbe nel primo blocco, il Centrosud – con percentuali in disacrica superiori al 50% che arrivano all’80% della Sicilia e al 90% del Molise – sarebbe ampiamente in seconda fascia. Sei i paesi dell’Unione, Germania in testa, ad aver già centrato l’obiettivo “discarica zero“. Ma quali sono i pilastri della nuova normativa Ue, le cui regole ora andranno applicate sul territorio nazionale? Sono due: l’introduzione di nuovi target più elevati di riciclo e la responsabilità estesa del produttore. Cambia l’approccio e cambia molto la filosofia che c’è dietro. Si alzano, infatti, i tetti che ora diventano uguali per tutti i paesi (con qualche deroga) ma non è soltanto questo. Al posto di “raccolta differenziata” dei rifiuti urbani si parla adesso per tutti di “riciclo” vero e proprio e con un metodo di calcolo unico (dagli attuali 4!) che misura il riciclo effettivo, togliendo gli scarti.

Tra differenziata e riciclo – spiega Ronchi – ci sono almeno 10 punti percentuali di differenza, per cui agli stati membri si chiede un bel salto in avanti in termini di qualità. Per fare un esempio, l’Italia è oggi al 52,5% di differenziata ma al 42% di riciclo (che dovrà salire al 55% nel 2025), e questo sarà il dato di cui bisognerà tenere conto quando ci si confronterà con gli obiettivi prefissati e tra singoli paesi. Per il nostro Sud, che è molto più indietro, ciò comporterà gap ancora più grossi da colmare. Sugli imballaggi, invece, siamo messi meglio, essendo già al passo con gli obiettivi del 2025 e vicini a quelli del 2030 quando dall’attuale 67% dovremo arrivare al 70% del totale. L’unica pagella in rosso è per le plastiche, che costituiscono però la quota maggiore degli imballaggi: dal 41% riciclato oggi dobbiamo passare al 55% al 2030 (vedi box su tutti i nuovi target). Per i rifiuti urbani, i nuovi obiettivi si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Oggi in Italia siamo al 52,5% di differenziata, che dovrà dunque crescere (aggiungendo dieci punti percentuali per poter parlare di riciclo) almeno al 75% pe raggiungere il target del 2035. Ritorna la cultura del riuso Se si violeranno le direttive chi pagherà? Qui subentra la responsabilità estesa dei produttori che dovranno coprire i costi di gestione efficienti per i rifiuti generati dai loro prodotti, sottraendoli così ai cittadini e al sistema paese.

Le nuove direttive, nel complesso, spingono verso un nuovo modello di sviluppo che rispolvera antichi concetti nel rapporto con i prodotti come quelli di durata, riparabilità e riciclabilità al posto dell’obsolescenza programmata (le macchine che si rompono dopo pochi anni per poterne così vendere di nuove) e della rincorsa consumistica, concetti oggi dominanti sul mercato. Torneranno in auge i vuoti a rendere, i pezzi di ricambio e tutto ciò che favorisce la cultura del riuso. «Le nuove regole – conclude Simona Bonafè – vertono sulla gerarchia dei rifiuti, con l’obbligo per gli stati membri di rafforzarla tramite tariffa puntuale, fiscalità e altre misure incentivanti. E puntano sulla prevenzione del rifiuto eliminando in partenza gli scarti, facendo prodotti più riciclabili e allungando i cicli di vita degli stessi».

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