Italia terra d’emigranti. Di nuovo, dopo 35 anni

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Nel 2011 sono immigrate in Italia 27˙000 persone provenienti dall’estero. Ma 50˙000 italiani sono andati altrove, alla ricerca soprattutto di possibilità di lavoro migliori. Significa che il nostro Paese è tornato a essere terra d’emigrazione, cosa che non succedeva più da 35 anni, cioè dal 1976. In quel periodo, dopo il boom economico che seguì la fine della II guerra mondiale, l’Italia entrò a pieno titolo nel novero delle Nazioni più ricche del mondo, diventando anche uno dei 6 Stati fondatori della Cee, la Comunità Economica Europea.

Ancora nel 2010 il saldo era stato positivo: erano arrivate in Italia 69˙000 persone in più rispetto a quelle che se n’erano andate. Ma oggi le cose sono evidentemente cambiate. L’Italia è percepita come un posto dove non ci sono condizioni di lavoro favorevoli.

Questi numeri provengono da uno studio effettuato dall’Ismu, l’ente di Iniziative e studi sulla multietnicità della fondazione Cariplo (qui il sito web di riferimento) che li ha presentati in un convegno a Milano lo scorso 14 dicembre. Un’analisi approfondita l’ha pubblicata Vincenzo Romania sul sito web ANordEstDiChe, dopo aver cercato anche altre fonti e scoperto che non sono soltanto gli italiani che emigrano, ma anche gli stranieri: nel solo 2011 sono stati 33˙000 coloro che, venuti in Italia negli anni precedenti, hanno deciso di non fermarsi più a lungo e se ne sono andati altrove. Altre ricerche valutano in 800˙000 gli immigrati che stanno pensando di andarsene.

Rispetto al passato è però cambiata la tipologia dell’emigrante italiano. Dalla metà dell’800, cioè dall’avvenuta Unità d’Italia, il nostro Paese aveva esportato muscoli, ovvero manodopera di bassa scolarizzazione per le miniere del Nordeuropa e per le fabbriche del Nordamerica. Oggi i nostri emigranti sono cervelli, con una scolarizzazione altissima che li mette in grado di andare a guidare progetti di ricerca, aprire aziende di alta tecnologia, partecipare a team di sviluppo.

Ma non c’è un posto preciso dove i nostri cervelli in fuga si dirigono. Vanno ovunque trovino le condizioni per lavorare. Usa, Canada, Cina, Brasile, india. Ovunque ci sia un ecosistema culturale prima che economico, e dove sia pertanto possibile progettarsi una vita.

Condizioni che qui non ci sono, visto che il massimo che il nostro sistema economico riesce a offrire è lavoro precario e sottopagato.

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