I giovani che non lavorano: perché dovrebbero, se non li pagano?

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Nel 1977 i trentenni italiani che lavoravano avevano un reddito superiore alla media nazionale. Di poco, circa il 3%, ma superiore. Il che, in estrema sintesi, significava che i figli guadagnavano di più dei loro padri.

Oggi, a distanza di quasi 40 anni, i (pochi) trentenni italiani che lavorano hanno un reddito minore rispetto alla media nazionale: e di tanto, ovvero del 12%. Ovvero i padri, anche pensionati, guadagnano più dei loro figli.

Ciò spiega, più di tante altre chiacchiere, perché tanti giovani non lavorano.

I dati riportati sono stati pubblicati da Luisa Grion su la Repubblica dello scorso 7 aprile, citando ricerche effettuate dall’economista Filippo Teoldi sulla disoccupazione e il reddito delle giovani generazioni. Altri dati che confermano la disparità di reddito tra le diverse fasce d’età nel nostro Paese li ha pubblicati Francesco Cancellato sul sito web Linkiesta (qui il link).

In particolare nell’articolo de Linkiesta ci sono grafici che delineano la distribuzione della ricchezza tra le fasce d’età. E da essi si percepisce che l’Italia è una sorta di gerontocrazia, in cui più alta è l’età delle persone più è, in media, il loro reddito.

Ma se questa è una considerazione che potrebbe essere logica almeno fino alla soglia della pensione (perché l’esperienza è un valore sancito anche dagli «scatti di anzianità» previsti dai contratti a tempo indeterminato, chi lavora da tanti anni in un posto tendenzialmente ha fatto più carriera di un neoassunto, ecc.) oltre essa diventa un disincentivo sociale fortissimo.

Fatta 100 la media dei redditi, chi ha oltre i 64 anni guadagna in media 123, chi ha tra i 45 e i 54 anni guadagna in media 105, chi è più giovane è sotto i 100.

Una delle caratteristiche di questi studi è che tendono a sparare nel mucchio e a smussare le differenze. Citano tante cifre, tanti milioni o miliardi di euro, tanti milioni di persone – e fatalmente perdono di vista i dati singoli, i nomi degli individui, le storie personali. In questo modo le motivazioni per le quali i giovani lavorano o no si diluiscono e si perdono.

Così diventa facile dire: «Quello non lavora perché è un bamboccione», oppure: «Per quel lavativo è più comodo trovare la pappa pronta a casa della mamma piuttosto che rimboccarsi le maniche e almeno provarci».

Ma provare cosa, quando a fronte di ore di lavoro (cioè di vita concessa all’azienda) si riceve in cambio poco o nulla? Provare cosa, quando la prospettiva è quella di uno stage gratuito, una pacca sulla spalla (per cortesia, e non sempre) e un sorrisetto di scherno?

Lavorare senza essere pagati è un insulto. C’è da pensarci.

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