30 apr 2007 @ 9:42 PM 

Ho visto il film di Florian Henckel von Donnersmark, Le vite degli altri, con un pregiudizio favorevole, derivato dal titolo. È bello, ed è l’espressione più efficace per parlare della vita, di tutti e nostra. «La nostra vita» vuol dire la stessa cosa, ma è più povero. Ho usato un titolo affine per un libro: Le prigioni degli altri. Naturalmente, era un calco sul titolo fissato nella memoria italiana, Le mie prigioni, ma mi sembrava che dicesse meglio la stessa cosa. Nell’originale il titolo è Das Leben der Anderen, la vita, e non le vite. «Le vite» è più prezioso. Il singolare è più astratto e generico, il plurale restituisce agli altri e a tutti la loro propria vita. Non so se la piccola variazione sia dipesa dall’esistenza di un film italiano del 2002 con lo stesso titolo, La vita degli altri: forse no.Non voglio parlare del film, che è bello, e non lo è meno per la costruzione un po’ rocambolesca dell’intreccio, che ha suscitato obiezioni realistiche di quelle che basterebbero a inficiare la tragedia greca o l’intero teatro di Shakespeare: c’è molto di teatrale nel film (compresi i bravi attori) ma c’è moltissimo di teatrale nella vita degli altri e nella nostra. La brutalità invadente e ingorda della Stasi e delle polizie segrete dei regimi totalitari serviva alla conservazione del potere e però anche coincideva col potere: perché il potere è questo conoscere e disporre delle vite degli altri, spiarle fino nell’intimità e dirottarle dal loro corso, espropriarle del loro destino per sostituirsi al destino. E al centro del potere (e della tortura) c’è una frustrata gelosa voluttà sessuale: comandare è meglio che fottere per chi può impadronirsi degli amori degli altri, magari col pretesto di sfruttarne le perversioni o i tradimenti o le debolezze.Non voglio parlare del film, ma dell’impressione che ne riceve lo spettatore dei nostri giorni, in un’Europa che ha visto cadere le sue muraglie tiranniche e poliziesche, e tuttavia non vuole liberarsi da quella tentazione del potere. C’è oggi ai confini dell’Europa unita una Russia governata ferreamente dall’apparato che fu del Kgb, impressionante esempio di transizione dalla segretezza alla pubblicità di una polizia politica. C’è, dentro i confini dell’Europa unita, un regime parafascista, omofobo, xenofobo, come quello polacco, che governa attraverso i dossier polizieschi e bracca a decenni di distanza le vite dei suoi cittadini, per avidità di sottomissione e di «purificazione». E c’è, nelle nostre allegre giornate italiane, l’insidia di spionaggi infiniti e solo in parte spiegabili con la corsa agli interessi, il ricatto da esercitare su concorrenti e avversari, e molto più con il piacere di rubare la vita agli altri. Ladri e succhiatori di vite, può succedere (è questa la lezione, forse involontaria, del film) che finiscano per conoscerla meglio di noi, la nostra vita segreta, e che i loro dossier, una volta pubblicati, ci mostrino diversi a noi stessi e ai nostri cari. Mostrino che le nostre vite non sono andate così, che non sono state nostre. Così l’infamia dello spionaggio può sopravvivere al suo rovesciamento e celebrare una postuma, ancora più infame, vittoria.

Posted By: Mauro Zanardi
Last Edit: 30 apr 2007 @ 09:42 PM

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