Il pensiero di Socrate, Platone ed Aristotele a confronto sul… “Di-Vino”
Il vino rappresenta il simbolo della rinnovata unione tra vita e pensiero, tra passione e ragione, tra vizio e virtù, misura e dismisura, in quella che vuole essere un’interpretazione della filosofia proprio a partire dall’amata bevanda che nell’accezione comune rappresenta forse il contraltare dell’amore per il sapere.
Massimo Donà, Filosofia del vino.
L’atteggiamento della filosofia e della cultura in generale nei confronti del vino è sempre stato ambivalente: il frutto fermentato della vite è considerato per un verso sacro, un vero e proprio “dono di-vino”, che però può trasformarsi, se non sapientemente amministrato, in una bevanda che può portare l’essere umano ad un profondo avvilimento.
Nel poema di Gilgamesh, ad esempio, il vino è molto stimato. Secondo lo studioso Henry Margaron, Enkidu, il compagno e amico di Gilgamesh, attua il percorso del passaggio dal primordiale “stato di natura” a quello di “civiltà”, grazie ad una cerimonia iniziatica fondata sul vino e, conseguentemente, privato dalla sacra bevanda, è portato alla morte.
Anche la grande civiltà babilonese conosceva la bevanda che da l’ebbrezza; è così anche in Giordania, Palestina ed Egitto, si sviluppò la coltivazione della vite. Il vino era ritenuto la bevanda delle feste all’insegna dell’euforia e dell’evasione.
Dall’Egitto il percorso del vino giunse fino alla civiltà greca, che dal Paese del Nilo trasse molte delle sue divinità, tra cui, la più importante e conosciuta rappresentante del binomio filosofia – vino: Dionisio. Per il Dio il vino è simbolo di infusione di “energia vitale” e da questo, secondo i miti, deriverebbe il termine vite.
In Grecia, con lo svilupparsi del culto di Dionisio, il vino venne considerato “nettare degli dei” . La bevanda è ritenuta portatrice di verità e da qui il noto detto “in vino veritas”, poiché dalla sua forza disinibitrice scaturisce la verità.
Dionisio venne lodato perché considerato il donatore della vite che placa gli affanni presso i mortali e, senza il frutto di quest’ultima, non esisterebbe nemmeno Afrodite, dea dell’amore, anch’ella dipendente dal vino. I piaceri dell’amore a lei legati non sarebbero infatti possibili senza l’ebbrezza….
I filosofi antichi ritenevano che l’assunzione di un’adeguata quantità di vino desse la possibilità all’uomo di una migliore visione “dell’unità”, la quale, in condizioni psico-fisiche normali, si sottrae alla potenza del vedere. L’unità è infatti “indeterminata”.
Da ciò deriva che l’intelletto sano e sobrio può concepire l’unità solo concettualizzandola, cioè in modo da determinarla. Se però la conoscenza viene portata all’estremo, con il vino l’unità potrà essere concepita nella sua originaria indeterminatezza.
Ne era totalmente consapevole Platone che vedeva nel vino, e più in generale, negli alcolici, la premessa per le più serie meditazioni filosofiche. Definiva infatti il vino: “bevanda propizia al filosofare”. Bere e filosofare dovevano procedere di pari passo, come se le riflessioni di natura filosofica potessero trarre, dalle sostanze contenute nel nettare di Dionisio, una più grande familiarità con il sacro.
Platone, nel suo dialogo intitolato “Simposio”, sembra avere come scopo quello di unire il binomio filosofia-vino attraverso le parole del suo maestro, Socrate, protagonista della conversazione.
Filosofo eccezionale, Socrate poteva bere quanto voleva senza mai perdere il controllo di sé stesso e senza uscire mai dai limiti. Socrate era comunque molto attento nell’insegnare agli altri i giusti limiti del bere, e sosteneva che gli uomini, se esagerano con il libarsi, barcollano e vaneggiano. In Socrate vi è però una sostanziale ambivalenza di fondo, poiché il filosofo riusciva ad apparire in un modo e ad essere in un altro.
Infatti solo per lui valeva la possibilità che, pur avendo bevuto smisuratamente, il vino, non lo conducesse alla dis-misura ma invece ne lasciasse inalterata la lucidità. Ma vale la pena sottolineare nuovamente che questo valeva solo per l’essere straordinario Socrate.
La grandezza di Socrate è resa tale dal fatto che egli fosse convinto che lo stato di ubriachezza, solitamente associato all’impossibilità momentanea di essere veramente sé stessi, in realtà offrisse l’occasione di un’autentica manifestazione di ciò che veramente si è. Attraverso il vino si poteva recuperare la verità del proprio io manifesto.
Per Socrate dunque, l’ebbrezza, non è un delirio che distrugge lo stato di coscienza dell’uomo, ma, invece, una condizione temporanea che consentiva al nostro essere più profondo un’apertura più sincera verso gli altri. Le verità più nascoste potevano dunque essere smascherate grazie agli effetti del nettare di-vino, che comincia ad essere concepito come un mezzo svelatore di un “ragionare” vero. Lo stato di ebbrezza che è comunemente visto come momento in cui l’uomo perde il senno, cioè quando si diviene capaci di tutto, in realtà andrebbe letto in diverso modo. “Venuta meno, con il vino, l’azione dei freni inibitori, che, come direbbe Freud, impongono limiti e confini precisi al “possibile”, nel nome di un principio di realtà la cui non osservanza renderebbe assai difficile qualsiasi forma di convivenza civile, viene spontaneo mostrarsi senza veli, portare alla luce quello che è di consueto relegato nell’oblio di un “rimosso” assolutamente inconfessabile…”.
Coppa utilizzata durante il Simposio
Il vino è dunque mezzo per portare alla luce la verità che ama nascondersi.
Aristotele, nell’Etica Eudemia VII, 1245 b 4-5, afferma: “…Perciò bisogna filosofare e banchettare insieme.” Nell’analisi di questo percorso filosofico-enologico, sono necessari due punti focali da prendere in considerazione per una corretta riflessione: l’AMBIGUITA’ e la MISURA.
Iniziamo con l’ambiguità. Il vino è definito bevanda ambigua o meglio “icona dell’ambiguità”. Tale concetto non fu scoperto dai due filosofi presi in considerazione ma risale ad origini più remote, quale una delle esperienze primordiali dell’umanità, in cui l’uomo diede vita al primo incontro con il frutto della vitis vinifera circa tremilaottocento anni fa. Poiché questo incontro fu fondamentale per l’uomo, Platone lo definì nel “Simposio” come lo spartiacque tra l’età a lui contemporanea e l’epoca in cui il vino non c’era ancora, risalente al periodo storico della vicenda mitica di Penia e Poros.
Facendo un ulteriore passo indietro, l’ambiguità può essere riferita all’inventore, cioè a colui che per primo ebbe l’idea di pigiare i frutti di una vite spontaneamente cresciuta e di escogitare il processo di fermentazione che dal succo dell’uva conduce al vino. Successivamente, fu sempre lui che promosse una diffusione ed un metodo di insegnamento per una corretta coltivazione della vite. Quest’ultimo fu, come già anticipato, Dionisio, colui che da il vino: “Didoinysos”. Il vino venne dunque inteso quale “dono divino”, nonché preziosissimo.
Platone, nel “Cratilo”, dopo aver invocato la divinità che diede vita alla bevanda, continua dicendo: “…Il vino poi, poiché fa credere a parecchi di quelli che lo bevono di avere senno, mentre in realtà non ne hanno, potrebbe essere a buon diritto chiamato “oionous” – che fa credere di avere senno – “.
Ecco manifestata la doppia faccia della medaglia: da un lato il vino è divinità benefica, dall’altro è potenzialmente malvagio. Vino quale medicina prodigiosa per l’anima e per il corpo ma, anche, un veleno, poiché nell’eccitazione e nel delirio provocati dalla bevanda libata in eccesso ci si avvicina pericolosamente al limite, cioè alla follia.
Tenendo quindi ben presenti gli effetti negativi degli eccessi del bere, Platone ed Aristotele costruiscono le loro riflessioni organizzandole attorno al concetto di misura.
Naturalmente con il termine “misura” non si deve intendere una sorta di condanna o rinuncia tout court. I due filosofi valutano infatti estremamente positiva la grandezza di questo bene e l’importanza che esso ha per l’uomo, sia perché infonde prontezza di spirito e di benessere mentale, sia perché dona salute fisica.
Platone infatti ritiene che per una società sana il più importante ingrediente sia proprio il banchettare e il bere il vino insieme. E lo stesso è per Aristotele: “…miele, vino, elleboro, fanno bene alla salute.” – Etica Nicomachea -.
Contemporaneamente Platone nel “Simposio” dice che la medicina ai suoi tempi affermò che “… è assai pericolosa agli uomini l’ubriachezza”. Il suo consiglio, poco più avanti è quello di: “…limitare il bere per, di conseguenza, limitare gli effetti negativi di questo”.
Aristotele, attento studioso degli effetti dannosi del vino in eccesso sull’organismo, nei “Problemata” dice che: ” …chi beve molto si ammala più facilmente di pleurite e di malattie simili”.
Essendo dunque inteso quale “farmaco”, il vino va dosato con cura, assunto con responsabilità e saggezza, perché, esagerando, rischia di trasformarsi in veleno, “facendo perdere la testa” e portando l’uomo verso azioni prive di senso.
Per Aristotele, infatti, chi commette reati perché ubriaco, deve essere punito il doppio: e per l’ingiustizia commessa, e per non essere stato capace di regolarsi nel bere, cioè di misurarsi. Naturalmente la misura è soggettiva e non se ne può dare una legge universalmente valida per tutti. Una misura individualizzata va costruita avendo alla base un’ottima conoscenza di se stessi e una profonda saggezza. Maggiore è questa consapevolezza e più il piacere del vino sarà gustato e diventerà seducente ed inebriante.
Tornando a Platone, egli nelle “Leggi” dedica ampio spazio alla questione dell’ubriachezza schierandosi contro chi, come i Traci e gli Sciti, bevevano vino “assolutamente puro”, invitandoli a mescolarlo con l’acqua per stemperare la sua forza e renderlo più leggero ed innocuo. Inoltre, entrambi i filosofi, consigliavano di bere vino in grandi coppe, pratica che aiutava nel mantenersi sobri ed ubriacarsi di meno.
La presa di coscienza della potenziale pericolosità del vino va letta come invito a modulare i piaceri poiché, solo un controllo misurato ed attento del piacere fa sì che l’uomo possa esserne detentore e non schiavo. Regolando intelligentemente il bere, se ne può cogliere il “gusto intatto” che è ciò che garantisce la possibilità di assaporare la reale bontà del vino.
Osserva Aristotele: “il vino più piacevole non è quello che piace a chi ha la lingua rovinata dall’ubriachezza, poiché costoro vi aggiungono dell’aceto, ma a chi ha il gusto intatto”.
Solo chi ha il palato raffinato, poiché ha saputo ben misurare i suoi desideri, potrà assaporare il vero piacere che viene dal vino. Dominare il proprio piacere rende più abili del controllo delle proprie azioni e di conseguenza, sempre più in grado di agire.
Il Dio Bacco del Caravaggio.La ricetta Platonico-Aristotelica, si potrebbe riassumere in una formula: “…BERE BENE PER BERE MEGLIO”, cioè bere in giusta misura per meglio assaporare, per godere davvero e per gustare il delizioso piacere “di-vino”.
Per concludere l’argomentazione è necessario fare un breve accenno sul rapporto molto forte che il vino intrattiene con i testi sacri e con i simboli della fede cristiana.
Nell’Antico Testamento, in particolare nel libro della Genesi, si ricorda Noè come colui che diede inizio alla viticoltura e che per primo sperimentò su di sé, gli effetti del bere eccessivo. Anche in questo contesto vi è un atteggiamento duplice nei confronti della bevanda: il frutto della vite è un dono sacro ma, di contro, può portare anche del male per l’uomo.
L’ “invenzione” del vino, nella genesi, è collocata dopo il brano in cui Dio stabilisce l’ Alleanza con Noè e con gli altri esseri viventi; Alleanza come promessa di vita, vino come dono da Dio. Noè in una raccolta di novelle del 1300, Le Gesta Romanorum, è descritto come colui che trovò la vite selvatica ma, poiché il vino prodotto con essa era aspro, la concimò con sangue di leone, agnello, maiale e scimmia, ottenendo un prodotto più gradevole.
Anche la tradizione ebraica è ricca di riferimenti sul vino, bevanda che viene collegata ad un forte simbolismo. Il Cristianesimo infine, ribaltò il modo con cui, nella filosofia antica, ci si poneva nei confronti del vino.
I greci e i latini condannavano i concreti effetti negativi del vino, nel Cristianesimo si va oltre e il vino ha importanza quale simbolo di un’altra realtà: simbolo di vita, di salvezza, sangue di Cristo.
Il primo miracolo, infatti, compiuto da Gesù, ha come protagonista il vino (le nozze di Cana). La bevanda assume così un senso di vita e di salvezza escludendo ogni negatività.
Il vino e la vite sono i simboli più forti della Cristianità, non solo per l’identificazione del vino con il sangue di Cristo ma anche per le parole che Gesù rivolse ai discepoli durante l’ultima cena: “… Io sono la vera Vite e il padre mio è il vignaiolo…Io sono la Vite e voi i tralci…” (Vangelo di S.Giovanni 15).
Anche il nuovo Papa Benedetto XVI appena eletto ha dichiarato di essere un umile operaio nella vigna del Signore…
Va comunque detto che in alcuni frammenti, come quelli di Isaia e di S. Paolo, i testi sacri accusano gli eccessi del vino ma, andando oltre queste condanne, nessuna religione più del Cristianesimo ha fatto del vino, sin dai tempi più remoti, il suo simbolo mistico per eccellenza.
Il binomio si potrebbe dunque trasformare in un trinomio: “Filosofia-Vino-Religione”.

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